«Posso? Dai! Posso? Dai!» Alla fine il direttore cedette e mi disse di sì, fidandosi di quello che gli avevo detto a proposito dei due gruppi musicali che si sarebbero esibiti quella sera all’antistadio del “Braglia” a Modena.

«Un minuto e non di più, che la Jugoslavia sta diventando piuttosto importante.»

Il biglietto del concerto di Elio e la Mano Negra (fornitomi da ll'amico Marco Pigozzi)

Il biglietto del concerto di Elio e la Mano Negra (fornitomi dall’amico Marco Pigozzi)

In quegli anni chi vi scrive lavorava a Modena Radio City, l’emittente che mi aveva reclutato dopo l’esperienza di cronista sportivo in tv a TRC. Qui trovo Marco e Simonetta Vacondio e una redazione giornalistica coi controfiocchi formata da Flavia Fratello, Giovanna Ronzoni, Laura Mazzi e il grande Ruggero Po, il direttore che mi concede il minuto di intervista ai due gruppi di cui non aveva mai sentito parlare e dai nomi che lo avevano fatto persino dubitare di un mio perculamento: “Elio e le Storie Tese” e “Mano Negra”. Ma siccome rappresentavo il riferimento in redazione per sport e musica, Ruggero Po alla fine mi assecondò inviandomi sul posto col registratorino da battaglia nel torrido pomeriggio del 2 luglio 1990.

A differenza della tv, lavorare in radio presenta il grande vantaggio di vestirti come cazzo vuoi. Ginniche, maglietta nera smanicata e bermuda hawaiani arrivo col mio “Ciao” allo Zelocchi, il campetto di allenamento del Modena Calcio antistante allo stadio, laddove la sera si sarebbe tenuto il concerto di due gruppi che dal punto di vista delle affinità sonore stavano insieme come ciccioli e nutella, ma che senza dubbio rappresentavano in quell’Italia ’90 due realtà emerse dalle cantine.

Gli italiani hanno sfornato il loro primo album Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu e da poche settimane il controverso singolo Born To Be Abramo con il retro Saturday Night Strage (vedi maglia di Elio) con cui il gruppo ebbe da lì a poco un po’ di casini. I franco-spagnol-maghrebarcellonesi dal canto loro invece si trovava ai vertici delle classifiche di mezzo mondo con il loro King Kong Five e il loro stile “patchanka” che a livello stilistico si può esemplificare nel tipo di bermuda indossati quel giorno da me e Rocco Tanica.

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Finii di intervistare Elio, atteso ora dal soundcheck, per cercare quindi la disponibilità di Manu Chao, leader dei Mano Negra, per il quale avevo fatto preghiera al mio inglese che mi sostenesse nel momento topico, anche se non ce ne fu bisogno visto che Manu riusciva ad esprimersi anche in un italiano scolastico, oltre che alla perfezione in francese, spagnolo, inglese, basco e catalano.

A microfoni spenti parlammo a lungo di calcio e politica, che in quei giorni si stavano mescolando pericolosamente. Era la vigilia di Italia-Argentina, semifinale di Italia ’90, con Maradona al lavoro per sgretolare le nostre certezze, mentre era passato poco più di un mese dai terribili incidenti al Maksimir Stadium di Zagabria fra Dinamo e Stella Rossa.

Ci chiedemmo cosa stesse succedendo in Jugoslavia, la terra patchanka formata da “sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito” e cosa sarebbe stato se in semifinale contro gli azzurri il giorno prima fosse passata la Jugoslavia, la più talentuosa Jugoslavia di sempre? Ma la risposta finì stampata sulla traversa del portiere argentino, graziato dal rigore decisivo di Stojkovic che ci consegnava l’albiceleste.

“Ahi ahi que Maradona”, mi disse Manu Chao chiamato ora al soundcheck dai tecnici della Studios.

Rimasi lì nell’area del concerto a parlare con amici e i fonici del concerto sino a quando, dopo il soundcheck, i Mano Negra tirarono fuori un pallone per una partitella improvvisata. “Falta un portero, Targi tu viene?”. Non mi facevo pregare in situazioni normali, figuriamoci se te lo chiedeva Manu Chao.  Il sette contro sette che vide coinvolti band e roadies ebbe uno stop improvviso quando il prezioso pallone di cuoio scarpazzato da non ricordo chi finì come un razzo in viale Montecuccoli superando il pur alto muro di cinta. Mi offersi come indigeno di andare a recuperarlo ritornando sconsolato: ce lo avevano fregato in neanche due minuti.

Io insieme a Manu Chao e Philippe 'Garbancito' Teboul

Io insieme a Manu Chao e Philippe “Garbancito” Teboul

Manu Chao mi chiese dove potevamo comprarne uno simile e a me venne in mente “Emil Sport”, o almeno credo si chiamasse così quella micro bottega in via Vittorio Emanuele a Modena che faceva scarpe da calcio su misura e riparava o vendeva palloni di cuoio. Un negozio artigianale gestito da un tal signor Emilio (cognome magari ricordarselo), amico di mio padre che andavo a trovare con lui da piccolo in un luogo per me magico di cui mi rimangono l’odore di cuoio e trielina, le tante foto degli eroi del Modena Calcio degli anni ’50 e ’60 e il suo grembiule blu da lavoro.

Identico ad allora lo ritrovammo io e Manu Chao, con cui rimanemmo per pochi minuti a rimirare il fascino, ma il dovere ci chiamava. Ce ne tornammo allo Zelocchi così come vi eravamo partiti, in due caricati sul mio “Ciao”, sperando di non incontrare i vigili, e con un nuovo pallone con cui finimmo la partita.

Il mio tragitto in Ciao caricando Manu Chao dei Mano Negra

Il mio tragitto in Ciao caricando Manu Chao dei Mano Negra

Del concerto di quella sera ricordo il sudore, il polverone sotto al palco che si alzava durante i pezzi più da pogo (quasi tutti invero) e l’euforia collettiva che si condivideva tutti alla vigilia di una semifinale mondiale ad Italia ’90 che finì per noi male, eliminati ai rigori dall’Argentina così come successo pochi giorni prima alla Jugoslavia.

L’Argentina perderà in finale contro la Germania, mentre da lì a poco la Jugoslavia si frantumerà in una guerra fratricida di cui racconto anche in questa storia che mi riguarda. Anche il dream team della radio da lì a poco si dividerà: Simonetta Vacondio ha sposato l’attore e scrittore Natalino Balasso, Giovanna Ronzoni vive a Milano, Laura Mazzi ha scelto la carriera teatrale frequentando l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, Flavia Fratello è giornalista a La7, il direttore Ruggero Po ha trascorso quasi vent’anni a Rai Radio Uno.

Io, vi ho raccontato questa storia.