Sono stato invitato di recente all’Urban Tattoo Festival, una due giorni di tatuaggi, musica, street art e urban sport, per presentare il mio libro “Ultimi analogici”.

Un romanzo ambientato quarant’anni fa raccontata ai millenials di oggi? Certo, e ne sono venuti fuori molti stimoli interessanti.

A condurre con me la presentazione ho coinvolto Amir Issaa, pioniere della cultura hip hop in Italia. Ho fatto quattro chiacchiere con lui in macchina scoprendo che come me spende parte del suo tempo ad insegnare ai ragazzi rime, parole e musica e che ora addirittura è stato chiamato a portare questa sua esperienza in alcune scuole statunitensi.

«La musica dei miei tempi era migliore di quella di oggi».

Con Amir (quello a sinistra nella foto, al centro Marco Sampaoli, organizzatore dell’Urban Tattoo Festival) ci siamo trovati in grande sintonia sul giudicare questa frase quanto di più prevedibile, reazionario e conservatore un amante della musica possa mai affermare.

I tempi sono cambiati ed è normale che ciò che per noi era dirompente a 16 anni non piacesse a chi allora ne aveva 50 anni. E oggi in molti casi è uguale, soprattutto quando il giudizio si ferma al rap o alla trap mainstream che passa in radio, dove i messaggi che si veicolano sono sesso, cash e ‘bitch’.

“C’è tutto un sottobosco oggi di cose interessantissime che non ci arriva e che te lo devi andare a cercare” dice Amir.
Esattamente. Oggi come 40 anni fa.

Quello che è indiscutibilmente cambiato è il modo di fruire la musica e di conseguenza anche l’esperienza di ascolto, il calarsi in un disco.

La smaterializzazione dei contenuti musicali seguita alla rivoluzione tecnologica degli ultimi 20 anni sta condizionando non poco il concetto di possesso dell’opera e di conseguenza anche il rapporto affettivo con essa.

In sostanza, comprare 40 anni fa un vinile, portarselo a casa, sbustarlo e posarci sopra la puntina determinava un rituale di ingresso alla fruizione dell’opera. Oggi potendo ascoltare tutta la musica del mondo con estrema facilità, questa cosa si è perduta.

Irrimediabilmente? Non è detto; chi aveva dato per morto il vinile si è dovuto ricredere.

E chi come me aveva dato per morti gli analogici si è dovuto chiedere: “Chi sono gli skaters contemporanei se non i nipoti degli gli analogici di 40 anni fa?” Mutatis mutandis, con gli stessi jeans strappati e le logore ginniche che, oggi come allora, precludono forse l’ingresso ai party più in ma che sanno di conquista di libertà, sfide e di cadute per rialzarsi più forti di prima.

A proposito, Il nome Zack Ferguson vi dice qualcosa? Nel mio “Ultimi analogici” lo incontriamo davanti a una discoteca modenese con un oggetto sotto ai piedi che ci sembrava venire da un altro pianeta.

È stato un altro argomento di dibattito con gli skaters dell’Urban Tattoo Festival. Peccato non c’eravate.