Se non avrei fatto questo mestiere sicuramente oggi mi vedreste probabilmente insegnare in una scuola, probabilmente malamente e precariamente. Ed ecco come ho saputo tenere viva la mia passione per la divulgazione.

Oggi lo si chiama anche storytelling, ed è in pratica il secondo mestiere più antico del mondo applicato ai moderni contesti: pubblicità, impresa, politica che lo usano al fine di promuovere meglio valori, idee ed è incentrato sulle dinamiche di influenzamento sociale.

Nello specifico caso del turismo, a portare avanti la tradizione orale ci sono le guide, il cui lavoro oggi è tuttavia oggi sempre meno invidiato per la grande diffusione e della ‘portabilità’ delle informazioni e per turisti sempre più affamati di vedere un territorio, mangiare le sue tipicità ed ascoltare i dettagli curiosi, intensi e pulsanti della sua storia, per portarne a casa un pezzetto prezioso.

Di solito questo tipo di turista sceglie l’agriturismo e non l’hotel, e la sua sete di curiosità talvolta va oltre agli umani limiti di una guida che li sta scorrazzando con pazienza tra Milano e la Toscana. Così talvolta capita che dai tavoli della “Baccelliera” si pensa di fare un numero di telefono – il mio – per invitarmi a prendere un caffè e raccontare qualche curiosità extra sul territorio al un gruppo di curiosi turisti giapponesi o americani di passaggio a Modena.

E quando posso ci vado volentieri.

Cosa occorre per saper raccontare un territorio? Oltre alla conoscenza io penso a due sole cose: la passione, perché le persone devono vedere la luce brillare negli occhi di chi racconta; e poi tanto amore per il tuo paese, nonostante tutto. Con la romantica pretesa di riuscire ad infilare una bella storia italiana nello zaino del turista, grazie al quale attraversare la frontiera e vivere attraverso la sua voce, i suoi occhi, le sue foto, i suoi tweet.